Manzoni e il romanzo storico

In Italia il romanzo storico nasce con Alessandro Manzoni che si ispira al modello inglese di Walter
Scott.

Manzoni, mosso da un rigoroso senza morale, è convinto che l’arte debba educare ed elevare
il lettore, per questo condanna la narrazione inverosimile, in quanto significa evasione fantastica e
fuga dal presente, e propone il “verosimile”, cioè un tipo di narrazione che non si discosta dal
mondo reale quotidiano.

Il racconto non deve provocare la fuga dalla realtà che può essere negativa, ma deve aiutare a prenderne coscienza. Egli, come fonte della narrazione, accetta solo il “vero storico”, rifiuta la storia dei potenti e degli eroi e pone al centro della narrazione il popolo, che fino a quel momento era stato trascurato dagli storici; così, per la prima volta, nel suo romanzo I promessi sposi gli umili diventano i protagonisti. Secondo Manzoni però, c’è differenza tra il lavoro dello scrittore e il lavoro dello storico. Infatti, lo scrittore non cerca la verità su particolari episodi politici o militari, ma scava nell’animo umano. Al centro dell’interesse dello scrittore non ci sono i potenti, quelli che da sempre hanno fatto la storia, ma gli umili, coloro che rappresentano l’uomo inteso in senso generale.
Ne I promessi sposi, Manzoni, tratta vicende ordinarie centrate attorno a due personaggi popolari. I
promessi sposi
sono il primo grande romanzo della letteratura italiana; esso si basa su una realtà
storica, quella dell’Italia del Seicento, sotto il dominio spagnolo. Il romanzo si basa anche su una
vicenda inventata, quella di Renzo e Lucia che, anche se non è vera, è verosimile, cioè i fatti
raccontati sarebbero potuti accadere in quel periodo storico. L’autore, pur ispirandosi a Walter
Scott, supera gli aspetti più superficialmente “romanzeschi”, cioè pittoreschi. Infatti, il romanzo
storico ideato da Scott rispondeva una forte esigenza di evasione fantastica e di fuga dal presente.
Nel racconto storico entravano luoghi comuni (“topos”= dal greco, “luogo”) fantastici quali
l’intreccio, il travestimento, l’intrigo, il mistero, e tutto un mondo inverosimile, pittoresco, perciò
affascinante.
Manzoni riprende il motivo della dominazione straniera in quanto i soprusi degli spagnoli nell’Italia
del Seicento possono essere visti come allusione a quelli degli Austriaci nel Lombardo Veneto al
tempo dell’ 800 (dell’autore). A dominare la storia non è l’uomo, ma la Provvidenza, alla quale gli
individui si devono abbandonare con fiducia; Dio è la Provvidenza e dà senso alle azioni degli
uomini e le guida verso il bene, secondo una logica che sfugge all’occhio umano ma che alla fine
porta sempre al bene. Con il suo romanzo, Manzoni, si propone di creare una nuova forma di arte,
destinata a un pubblico nuovo: la borghesia emergente. Per questo la lingua adottata dallo scrittore è
nuova, viva e concreta (questione della lingua). L’autore a questo proposito dice che fondamento
della lingua è l’uso e il modello migliore è quello toscano, infatti, l’autore utilizza la lingua toscana
parlata dalle classi colte, anche perché era convinto che il toscano rappresentasse meglio una lingua
popolare che si potesse diffondere. Egli riteneva anche che l’unificazione linguistica italiana fosse
indispensabile per costruire una società unitaria.